giovedì 17 marzo 2022

There will be casualties - Barcellona 17 marzo 1938 - così la morte arrivò dal cielo


16-18 marzo 1938 - Un Breda 65 durante le incursioni aeree su Barcellona

There will be casualties...
 
Vittime civili: la storia è costellata da eventi in cui si contano i morti tra civili ed innocenti. L'ipocrisia e la codarda tradizione di sterminare gli altri quando non possono difendersi. Noi, Italiani, non facciamo eccezione.

Barcellona 1938 così la morte arrivò dal cielo

La strage che pesa sugli Italiani 75 anni fa gli aerei di Mussolini colpirono Barcellona


Nel marzo del 1938, gli abitanti di Barcellona — e quelli delle altre città catalane — sapevano bene cosa fosse un bombardamento aereo. La città era già stata attaccata più volte dall'Aviazione Legionaria italiana, che aveva sede a Maiorca, ma il primo bombardamento a tappeto era arrivato dal mare, il 13 febbraio 1937, otto mesi dopo l'inizio della Guerra Civile, quando l'incrociatore italiano Eugenio di Savoia aveva riversato il fuoco delle batterie contro il quartiere centrale. Tra il 16 e il 18 marzo del '38, però, l'aria tremò in un modo diverso. Il bombardamento, lento, prolungato nel tempo, non finiva mai. Quando le sirene si zittivano e sembrava che il pericolo fosse cessato, l'allarme suonava di nuovo. Tredici attacchi in 40 ore. E, non appena si seppe di una forte esplosione nel centro della città, fu il panico generale. Un incidente incredibile e tragico: una bomba aveva colpito un camion militare che trasportava in centro un carico di dinamite e aveva provocato una strage. Cominciò a circolare la voce che gli italiani stessero testando un nuovo tipo di esplosivo e migliaia di persone iniziarono a scappare verso le periferie. Tre giorni dopo, quando quell'incubo terminò, l'aviazione italiana aveva ucciso oltre 900 persone e causato 1.500 feriti, intasando gli ospedali. Aveva generato il panico e, soprattutto, aveva demoralizzato la popolazione. I barcellonesi sapevano che la Repubblica e la Generalitat (il governo autonomo catalano) avevano perso la guerra.
Barcellona era stata bombardata in quel modo per impressionare Hitler. Il 12 marzo del 1938, il regime nazionalsocialista tedesco aveva portato a termine l'Anschluss, l'annessione dell'Austria al Terzo Reich. Non era una buona notizia per Benito Mussolini, che aveva cercato di tenere in piedi il governo autoritario del cancelliere Dollfuss, padre di un austrofascismo che si opponeva alla perdita di sovranità nazionale. Mussolini era preoccupato. Doveva mandare un «segnale» a Hitler, un messaggio per ricordare ai tedeschi, e a tutta l'Europa, la potenza del regime fascista. Era ancora fresco, troppo fresco, il ricordo della sconfitta italiana nella battaglia di Guadalajara (8-23 marzo 1937), e varie associazioni antifasciste si preparavano a festeggiare a Parigi il suo primo anniversario. Serviva una prova di forza. Mussolini dette l'ordine.
Nel marzo del 1938 era passato quasi un anno dal violento bombardamento di Guernica, compiuto dalla Legione Condor tedesca. Questa piccola città basca di cinquemila abitanti era stata completamente distrutta, il 26 aprile 1937, da un attacco devastante che si era avvalso di bombe incendiarie. Guernica, luogo simbolo per la nazione basca, era stata rasa al suolo. I resoconti per il Times del giornalista britannico George Steer, arrivato sul posto un paio di giorni dopo, avevano contribuito a diffondere la notizia e a trasformare quell'evento nel segno più tragico della guerra di Spagna. Il governo repubblicano volle che il dramma di Guernica fosse presente all'Esposizione Internazionale di Parigi del luglio 1937, e commissionò una grande tela al pittore Pablo Picasso. Un quadro che sarebbe diventato un simbolo universale.
I bombardamenti di Barcellona non vennero dipinti da nessun artista famoso, ma catturarono l'attenzione della stampa europea e americana. Una delle reazioni più significative fu quella de L'Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, che li condannò nell'edizione del 24 marzo. Pio XI incaricò il nunzio Ildebrando Antoniutti di esprimere il suo disagio al generale Franco. Protestarono anche il primo ministro francese Léon Blum e il premier britannico Chamberlain. Diversi anni dopo, quando iniziarono i bombardamenti degli aerei nazisti su Londra, Winston Churchill disse: «Spero che i nostri cittadini si dimostrino in grado di resistere, così come fece la coraggiosa popolazione di Barcellona».
Franco, in realtà, non ne sapeva nulla. Non questa volta. Dopo tre giorni, preoccupato per la risonanza internazionale della notizia, il quartier generale di Burgos chiese agli italiani di fermare l'attacco. L'Aviazione Legionaria italiana si muoveva su obiettivi segnalati in precedenza dal comando franchista, ma godeva di autonomia. Mussolini sosteneva i soldati ribelli e, allo stesso tempo, conduceva la sua guerra personale all'interno della guerra spagnola. La base di Maiorca, istituita nel 1936 dal leader fascista Arconovaldo Bonaccorsi, il «conde Rossi», rappresentava l'ambizione di creare un impero mediterraneo. Mussolini calcolava le sue mosse in funzione degli instabili equilibri europei e dei suoi complessi rapporti con il Vaticano. Nell'agosto del 1937, dopo la caduta della città di Bilbao, offrì ai nazionalisti cattolici baschi la possibilità di una resa onorevole per far cosa gradita alla Santa Sede. Con il beneplacito di Pio XI, gli ufficiali baschi si arrendevano alle truppe italiane e avrebbero potuto lasciare la Spagna via mare. Quando Franco lo venne a sapere, andò su tutte le furie e ruppe l'accordo. Gli ufficiali baschi furono imprigionati, processati e molti di loro vennero fucilati. Si può affermare che la nascita dell'Eta nel 1959 — ventidue anni dopo il patto di Santoña — sia stata, in parte, il risultato di questa umiliazione. Dopo quel segno di moderatezza verso i baschi, il dittatore italiano ordinò che Barcellona venisse bombardata con violenza per impressionare Hitler e per cancellare ogni sospetto di debolezza.
Oggi ricorrono i 75 anni di quell'evento. La Repubblica italiana, nata dalla vittoria sul fascismo, non ha colpe per un attacco tanto crudele. Mussolini, il dittatore, è stato giustiziato. E non si può dimenticare che nel 1946 il nuovo governo italiano, su proposta del leader comunista Palmiro Togliatti, varò un'amnistia generale. Barcellona e le altre città catalane bombardate, però, aspettano ancora un gesto dall'Italia democratica.
 
 
16-18 marzo 1938 - Bombe Italiane su Barcellona


«Noi brava gente», lo stereotipo immeritato e le scuse mai presentate.


Che nei cieli e per le strade di Barcellona tra il 16 e il 18 marzo 1938 fosse avvenuto qualcosa di terribile gli italiani lo appresero subito attraverso le corrispondenze del Corriere della sera, il più diffuso giornale italiano, dal 1925 controllato dal regime. Già il 18 marzo il quotidiano milanese titolava: «Il popolo di Barcellona chiede la resa», il 20 avvertiva: «Barcellona abbandonata da centinaia di migliaia di abitanti — scene di terrore e di rivolta». E il 21: «Barcellona stremata». I corrispondenti come lo scrittore Guido Piovene o l'inviato Mario Massai sottolinearono la gravità dell'impatto che i bombardamenti dell'aviazione italiana avevano avuto sul corso della guerra ma si guardarono bene dal denunciare, come fece il Times di Londra, che almeno seicento abitanti in tre giorni avevano perso la vita (in realtà circa il doppio), tantissimi bambini, per lo più residenti nei quartieri popolari. Fu subito chiaro, insomma, che la strage non era stata causale ma voluta, per un preciso ordine arrivato all'improvviso da Benito Mussolini in persona. Tutto scritto, tutto documentato dalle cronache dell'epoca, nelle pagine del diario del ministro degli Esteri italiano e genero del Duce, Galeazzo Ciano, nei libri scritti dagli storici italiani, da Giorgio Rochat (Le guerre italiane 1935-1943) a Lucio Ceva, Spagne 1936-1939. Eppure ben poco della verità sull'orrore scatenato dai bombardieri italiani decollati dalle Baleari con l'ordine preciso di colpire e seminare terrore è giunto alla nostra opinione pubblica. Per prendere coscienza delle responsabilità italiane nel primo civil bombing di una grande città europea forse occorrerebbe un atto pubblico simile a quello compiuto dal presidente tedesco Roman Herzog che nel 1997, nel sessantesimo anniversario di Guernica (26 aprile 1937), chiese scusa alla gente spagnola. Guernica-Barcellona un paragone azzardato? Nient'affatto. Altri se ne potrebbero fare. Per esempio con Durango, la cittadina della Vizcaya che il 31 marzo 1937 venne attaccata da squadriglie italiane che distrussero case e uccisero 289 persone.
Barcellona tuttavia resta una pietra miliare del terrore e forse è venuto il momento, dopo aver analizzato per circa un ventennio gli effetti che la «guerra ai civili» ha avuto sul suolo italiano (dai rastrellamenti nazisti dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 ai bombardamenti dell'aviazione Alleata), che gli storici facessero uno sforzo pari in direzione diversa. Raccontarci, cioè, dall'Etiopia ai Balcani, dalla Grecia alla Spagna la guerra vista dalla parte delle vittime, con gli italiani nelle vesti di aggressori. Non che manchino studi di questo tipo, da Angelo del Boca in poi, ma si sente soprattutto in ambito divulgativo, una reticenza lontana. Quella che deriva dall'auto rappresentazione di «italiani brava gente», ma anche da una mancata Norimberga successiva al fascismo e, non ultimo, dal fatto di essere entrati nella Seconda guerra mondiale con una casacca e nell'esserne usciti con un'altra.
Il bombardamento di Barcellona, così come tutti gli altri atti di terrore dall'aria durante l'aggressione alla Repubblica spagnola, è il frutto ideologico, militare e politico di una storia tutta italiana. Il punto di vista militare e ideologico risale a Giulio Dohuet, che ben prima del britannico Hugh Trenchard, cioè negli anni Venti, con un'opera ancora oggi citata in tutti i manuali di strategia militare, Il dominio dell'aria, anticipò il concetto del «civil bombing»: «Immaginiamoci una grande città che, in pochi minuti, veda la sua parte centrale, per un raggio di 250 metri all'incirca, colpita da una massa di proiettili dal peso complessivo di una ventina di tonnellate...». Sembra la profezia di quanto sarebbe avvenuto a Barcellona dove i bombardieri Savoia Marchetti 79 in un paio di giorni sganciarono circa 44 tonnellate di esplosivi.
E a un'azione dimostrativa che seminasse terrore, come ha raccontato anche Edoardo Grassia, pensava Mussolini quando pochi minuti prima di pronunciare alla Camera il suo discorso in reazione all'Anschluss dell'Austria da parte delle truppe di Hitler, diede l'ordine al Capo di Stato Maggiore della Regia aeronautica di «iniziare azione violenta su Barcellona con martellamento diluito nel tempo». Nessuna consultazione con altri organismi militari, nemmeno con Franco. Fu una decisione di Mussolini per seminare terrore. E nelle intenzioni anche una cinica operazione mediatica per recuperare terreno rispetto all'iniziativa di Hitler e magari rimediare alla figuraccia ancora non dimenticata della disfatta di Guadalajara. La riprova delle intenzioni di Mussolini si ha nel diario di Galeazzo Ciano, quando annota la reazione del duce alle proteste di parte britannica: «Quando l'ho informato del passo di Perth (ambasciatore inglese a Roma, ndr), non se ne è molto preoccupato, anzi si è dichiarato lieto del fatto che gli italiani riescano a destare orrore per la loro aggressività anziché compiacimento come mandolinisti». A Mussolini il progetto di trasformazione antropologica del popolo italiano non riuscì ma il fascismo portò «la brava gente» a macchiarsi di crimini di cui dobbiamo chiedere scusa.

La redazione

martedì 15 marzo 2022

LA LUCE... DALL'ACQUA

 


Storia delle due centrali idroelettriche della Valle Piova


La prima centrale idroelettrica della Valle Sacra fu costruita negli anni '20 nel comune di Colleretto Castelnuovo, con presa dell'acqua ai Goij Neir, alla confluenza del torrente Rondonera nel Piova; un canale lungo poco più di 1 km e con 2 vasche (1 di riserva e 1 dove arrivava il canale e partiva la condotta forzata lunga poco più di 100 mt.) nei pressi della fraz. Tetti. Ha iniziato a produrre energia nel febbraio del 1922. Soltanto di notte, perchè non doveva far funzionare elettrodomestici, ma accendere poche lampadine da 5 Watt nei municipi, uffici postali, alberghi e le case dei pochi che se lo potevano permettere nei paesi della Valle Sacra.
 
L'idea era venuta a Battista Giachetti di Sale che, vendendo azioni di 100 lire l'una, stimolava le famiglie a dotarsi di luce elettrica. Doro Albertano era l'elettricista che ha impiantato le prime luci pubbliche nelle piazze e nelle vie centrali dei paesi ed in seguito anche nelle case private.


L'inaugurazione ufficiale si tenne il 13 maggio 1923, alla presenza della med. d'oro Caporal Cattaneo, del comm. Martin-Perolin consigliere provinciale, con i sindaci di Colleretto, il sig. Giovanni Carlevato, di Sale, il Cav. Chiono, di Cintano, il sig. Giacoma, di Cuorgnè, il Cav. Giachetti e di Castellamonte, il sig. Corrado Corradini, il geom. Ghella, l’impresario costruttore, la Contessa Nigra Martin-Perolin, nuora di Costantino Nigra, il Cav. Giraudo e l'on. Cesare Devecchi, quadrunviro e amico di Mussolini, che per l'occasione passò in rassegna la Milizia Nazionale. Dopo le orazioni ufficiali e la benedizione dei vessilli da parte dell'arciprete di Castellamonte don Bronzini, i festeggiamenti si spostarono nel prato della fraz. Tetti, vicino alle vasche. Qui erano stati allestiti i padiglioni per mangiare e bere, con la banda e grande partecipazione di tutto il popolo.

Il primo operaio fu Giorgio Benedetto (Ginu dij Rus, mio prozio) che ha lavorato per 50 notti, poi si è licenziato perchè era un lavoro troppo umido... Ma nel '36 tornò per rimanere fino alla chiusura della centrale.

Intanto gli utenti e le utenze erano aumentati, e la centrale doveva funzionare anche di giorno per soddisfarne il fabbisogno. Credo che per un certo periodo ci abitasse un guardiano con la famiglia perché al piano superiore c'era un alloggio.

Quando nel '47 fu assunto Americo Benedetto (Mèricu 'd Custanti dij Rus... mio padre) i guardiani erano 3: lui, Giorgio (barba Gino) e Battista Giacomino ( Batista 'd Giaumin) di Sale. Facevano turni di 8 ore... nè domeniche, nè ferie, nè Pasqua, nè Natale. Quando Battista andò in pensione rimasero in 2, quindi turni di 12 ore.  Sempre.

C'era poi l'addetto alla lettura dei contatori, Domenico Carlevato (Minichin dal Sindich) che fungeva anche da supervisore e quando Minichin andò in pensione fu sostituito da Sandro Ardissone (Sandru 'd Camp).

Ho dei ricordi molto belli di questo luogo, perchè il giovedì, quando la scuola era chiusa, io e mio fratello eravamo sempre lì; sia per aiutare nostro padre nei lavori di pulizia della scalinata che saliva alle vasche o per pulire la griglia che c'era alla fine del canale, dove l'acqua portava molte foglie, che bisognava togliere con un rastrello; ma sopratutto per scorrazzare lungo il Piova in giochi, bagni e, anche, pericolose escursioni.

Nel '57 fu aperta l'altra centrale, denominata BassoVallePiova, per distinguerla dalla prima che era AltaVallePiova, sulla strada Castellamonte-Cuorgnè. Il guardiano unico era Giuseppe Bertoglio Gris (Pinotu 'dla Biuva) che viveva in loco con tutta la sua famiglia.

Intanto a dirigere la società che ora si chiamava S.A.V.P.I.E. ( Società Autonoma Valle del Piova per l'Illuminazione Elettrica) era subentrato a Battista Giachetti il sig. Casale.

I lavori per edificare questa nuova struttura iniziarono nel 1939, anche per dare maggiore energia alla conceria CAI di Castellamonte. Quì fu adottato il classico modo di produrre energia idroelettrica, cioè: un invaso di acqua con costruzione di una diga a monte, un canale-galleria per portare l'acqua quasi sulla verticale della centrale, un pozzo piezometrico e una condotta forzata che riversava l'acqua alla turbina della centrale. Il posto per la costruzione della diga fu individuato alla confluenza del torrente Toa con il Piova. L'impresa Agati iniziò i lavori sia della diga che della galleria che sbucava poco sotto l'abitato della Chiria, ma allo scoppio della seconda guerra mondiale tutto fu interrotto per riprendere solo nel 1954, ben 9 anni dopo la fine della guerra. L'impresa era adesso la Bullio. La produzione di energia elettrica, come già detto, cominciò nel 1957.

Il 1° febbraio 1966 le due centrali, con i rispettivi dipendenti, passarono all'ENEL , che, poco dopo, chiuse quella della AltaVallePiova presso la fraz. Tetti di Colleretto Castelnuovo. Quella della BassaVallePiova, che si trova sulla strada Cuorgnè-Castellamonte, dopo qualche anno, venne automatizzata.

La centrale dove lavorava mio padre è rimasta abbandonata per 40 anni. Ogni tanto passavo a vedere la costruzione dove avevo vissuto molte ore della mia infanzia e soffrivo nel vederla sempre più decadente... Ora però i tempi sono cambiati e, da una quindicina d'anni, alcuni privati l'hanno comprata, ripristinata e automatizzata. Passo ogni tanto, tutto è cambiato, ma va bene così!

Alla Diga (così la chiamiamo noi locali) invece vado molto più spesso e devo ammettere che l'impatto ambientale è molto buono. Il posto è veramente suggestivo sia dal punto di vista naturalistico che da quello storico. Sulle rive del laghetto ci sono i ruderi di un vecchio mulino, di una fucina dove battevano il rame e di un ponte sospeso che se ripristinato potrebbe diventare un bel ponte tibetano; il tutto si amalgama molto bene con il paesaggio. Per raggiungere il posto conviene partire da Sant'Anna, seguendo la stradina che svolta a sinistra pochi mt. prima del cimitero, andare avanti per 200 mt., abbandonare quindi la strada e scendere il sentiero sulla destra; ci si arriva in meno di mezz'ora dalla piazza del cimitero e si può partire anche dalla fraz. Bastiglia, dalla piazza e dalla chiesa di Borgiallo. Il posto è pure raggiungibile dal Castelletto o da Case Ghella di Colleretto Castelnuovo. Si possono quindi fare parecchi giri ad anello, passando anche dal bel ponte romanico che unisce Colleretto a S. Anna... Certo che se ci fosse un minimo di segnaletica e una passerella sul Toa, in sostituzione del ponte in pietra crollato negli anni 40/50, di cui si vedono ancora i ruderi, la cosa sarebbe molto più semplice!



bibliografia: 

Lorenzo Benedetto - Pubblicato sul n. 33 di Canaveis, ma qui col titolo originale e senza modifiche.

  • Le 2 foto, degli anni 20/30 sono di Angelo Savoia Carlevato
  • Se dico acqua, maggio '89 - Ricerca della Scuola Elementare di Colleretto Castelnuovo
  • Il Novecento castellamontese - Emilio Champagne e Attilio Perotti


venerdì 11 marzo 2022

La paura del giorno

 


Dacci oggi la nostra paura quotidiana e rimetti a noi le nostre ipocrisie...
 
Ogni giorno ha la sua paura, unica ed univoca come un'impronta digitale.
Succede dalla notte dei tempi ed è scolpito nel nostro DNA: abbiamo una predisposizione naturale nel collimare la punta dell'indice con la punta della lancia che impugnamo nella mano opposta e triangolare sul terzo arco con il bersaglio. 
 
Ci è voluta una guerra fratricida, sporca, schifosa e male odorante per distogliere l'attenzione dei media dalla pandemia. Sembra che da quindici giorni a questa parte si possa morire da eroi soltanto se si parla russo o ucraino. Fonti autorevoli e da tutti riconosciute come affidabili ed esenti da propaganda e disinformazione ci dicono che il numero di morti dall'inizio della guerra ad oggi si aggira intorno ai 4500, includendo soldati russi, soldati e combattenti ucraini e civili (bambini, adolescenti, donne, ed anziani), senza contare le decine di migliaia di feriti più o meno gravi. Ma potrebbero essere anche il doppio. Eppure tutto ciò che assillava l'umanità fino al 24 febbraio scorso è ancora lì, con i suoi racconti, le testimonianze, le immagini ogni giorno più sbiadite.
 
Cosa è successo? Che cosa ci spaventa di più? Il "come si muore", "di che cosa si muore", "chi muore" o "perchè si muore"? Non importa, ci dicono dalla regia: l'importante è esserci quando la gente muore, per raccontare lo strazio del trapasso, magari supportati da sedicenti "esperti" aspiranti TV-talk-star e con la benedizione degli immancabili politici ingaggiati al bar o alla bouvette mentre facevano colazione.
 
La gente ha bisogno della dose di paura quotidiana e non va molto per il sottile nel fare i necessari distinguo; dateci i morti, i feriti, i contagiati, i ricoverati... vanno bene anche gli storpi ed i mutilati, quelli con i denti cariati e le cisti sui glutei! 

La cartella n. 15 del gioco del 15 è stata azzerata e siamo pronti a ridistribuire il potere... Cina, USA, EU, Asia, Giappone, Paesi Arabi, Sud America, Africa, Artide e Antartide, Oceania e poi giù fino a Green Goose nelle Falkland. Poi la Russia, o quel che ne rimarrà.

La notizia del giorno è che lo Zar si è svegliato nella sua Dacia di Ušakovskoe (71.02427154804657, -178.57569659224362) con il sesto chakra parzialmente aperto (ma non hanno osato dirglielo fino all'ora di pranzo, per non rovinargli la nuotata mattutina nel Mare dei Clukci) e questo spiegherebbe la sua capacità di percepire realtà invisibili situate oltre la visione ordinaria. Qualcuno dice che sono sparite anche le 14 pistole che teneva sotto il cuscino.
 
Alle 02:45 a.m. (ora di Mosca) Munch ha finalmente rilasciato il secondo urlo, venuto a sapere che il poveretto ha seguito il destino di uno dei suoi famosi predecessori: morto e resuscitato per il tempo strettamente necessario per portare a termine il passaggio di consegne e fornire il numero della combinazione del cofanetto chirurgico che custodiva il suo cervello da tempo gravemente malato.
 
La Camera Bassa del Consiglio di Stato è stata trasformata in un museo esoterico, mentre la Camera Alta diventerà il Consiglio Federal-democratico della Russia Moderna
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La figlia di Ludmila Pavlichenko ha appena finito di tirare a lucido il Mosin-Nagant 7,62x54 modificato con ottica PSO-1 di sua madre e si sta preparando a ricevere l'onorificenza di "Eroe della Federazione Russa".
Anche questa volta è stato un centro pieno. Il tiro perfetto; quello che in gergo chiamiamo il "Terzo occhio".

 
Prima o poi sconfiggeremo anche il C19 e troveremo qualcos'altro di cui aver paura.

 
Nemo

martedì 8 marzo 2022

8 marzo 1937, inizia la battaglia di Guadalajara

 


Quella che cominciò l’8 marzo del 1937, fu una delle principali battaglie della guerra civile spagnola e probabilmente la più propagandata della storia del conflitto. A fronteggiarsi da una parte le forze della Seconda Repubblica Spagnola e delle brigate internazionali, contrapposti ai nazionalisti di Francisco Franco della Divisìon Soria, affiancati al Corpo Truppe Volontarie (CTV).


Saranno proprio le truppe italiane inviate da Mussolini a sostenere il peso principale dello scontro, ma inquadriamo brevemente la battaglia. Dopo il fallimento della terza offensiva contro Madrid, il generale Francisco Franco decise di lanciarne una quarta allo scopo di chiudere la morsa sulla capitale. Le forze nazionaliste spagnole, reduci dalla battaglia del fiume Jarama, erano troppo stanche per proseguire le operazioni; perciò si decise di affidare l’offensiva alle forze italiane.


Queste truppe erano reduci dalla presa di Malaga e si ritenne che esse avrebbero potuto avere facilmente la meglio sui repubblicani, molto indeboliti dopo la battaglia sul Jarama. Mussolini, che avrebbe preferito un’azione contro i porti mediterranei, volta a isolare la Repubblica dalle sue basi d’approvvigionamento, approvò comunque il piano e affidò l’operazione al suo corpo di spedizione, al comando del generale Mario Roatta.


In pratica per l’operazione venne schierato l’intero corpo che comprendeva tre divisioni di camicie nere , la 1ª Divisione CC.NN. “Dio lo Vuole”, la 2ª Divisione CC.NN. “Fiamme e la 3ª Divisione CC.NN. “Penne Nere” e una divisione di volontari del Regio Esercito la 4ª Divisione fanteria “Littorio”. Un totale di circa 35.000 soldati, 222 cannoni, 108 carri leggeri CV33 e CV35, 32 autoblindo, 3.685 automezzi e 60 caccia Fiat C.R.32.


Il piano elaborato dal comando italiano, prevedeva che le nostre forze avrebbero dovuto circondare Madrid da nord-ovest e dopo essersi riunite con i nazionalisti partiti dal fiume Jarama presso Alcalà, completare l’accerchiamento della capitale. Alle nostre truppe venne affidato l’attacco principale, mentre la divisione spagnola “Soria” doveva coprire l’ala destra dello schieramento. L’attacco si sarebbe dovuto sviluppare su un fronte di 25 km nella zona del passo di Guadalajara – Alcalá de Henares. Al centro della Nuova Castiglia, Guadalajara è il punto di convergenza di importanti strade che dal nord e dal Mediterraneo si dirigono verso Madrid, distante soli 58 chilometri.


Molto più ridotte almeno inizialmente le forze repubblicane: la 12ª divisione dell’Esercito Popolare Repubblicano e le Brigate internazionali per un totale di circa 20.000 uomini 45 cannoni, 70 carri armati leggeri T-26 e Renault e 120 aerei. Ad ogni modo essi poterono rapidamente triplicare il numero degli effettivi, facendo affluire dal fronte dello Jarama e dalla capitale due divisioni e una brigata carri armati. Alla fine della battaglia risultarono schierati 52 battaglioni per un totale di soldati tra i 30.000 e i 35.000 uomini. Il giorno 8 marzo 1937 Roatta dà l’ordine di lanciare l’offensiva: la colonna del CTV avanza su Madrid, nel tentativo di accerchiare la capitale e costringere i repubblicani alla resa.

Al centro della Nuova Castiglia, la città di Guadalajara è il punto di convergenza di importanti strade che dal nord e dal Mediterraneo si dirigono verso Madrid, distante 58 chilometri. Proprio la particolare posizione strategica di Guadalajara rese questo territorio il luogo della famosa battaglia durante la guerra civile spagnola tra l'8 e il 25 marzo 1937. Oltre alle forze governative parteciparono allo scontro le brigate internazionali nelle quali militavano numerosi antifascisti italiani. Dalla parte dei nazionalisti combatté il Corpo truppe volontarie italiane. La battaglia si concluse con il successo dei repubblicani e degli antifascisti che rinviò di molti mesi l'ingresso dei nazionalisti in Madrid.

Cronologia della Battaglia

8 marzo

I fascisti italiani, euforici per la conquista di Malaga, attaccano le posizioni conquistate dai repubblicani nei primi giorni dell'anno nell'Alcarria. E' l'ennesimo tentativo di isolare Madrid, questa volta da nord lungo la direttrice Guadalajara-Alcalà de Henares. Il CTV agli ordini del generale Roatta conta 50.000 uomini, appoggiati da 250 carri armati, 230 pezzi di artiglieria mobile, una compagnia di carri lanciafiamme, 50 aerei da caccia e 12 ricognitori e un parco di oltre 4.000 automezzi di ogni tipo. Lo affianca una divisione spagnola forte di 20.000 soldati.A fronteggiare questa possente massa di manovra vi sono 6/7.000 miliziani del Levante di cui la metà in linea, armati di fucili e poche mitragliatrici. Si trovano nella zona per addestramento dei carri armati sovietici. Alle 7, dopo un intenso fuoco di artiglieria, gli italiani avanzano e travolgono le difese repubblicane. Il generale Roatta proclama: "Domani saremo a Guadalajara, dopodomani ad Alcalà de Henares e tra tre giorni a Madrid".

9 marzo

I miliziani si riorganizzano e facendo saltare diversi ponti tentano di rallentare l'avanzata nemica per consentire l'arrivo di rinforzi. I fascisti avanzano con difficoltà sotto una pioggia insistente che però non impedisce agli aerei repubblicani di attaccare le colonne nemiche lungo la strada di Francia. Verso sera arrivano in linea l'XI e la XII B.I. e l'11^ divisione di Lister.

10 marzo

I fascisti, occupata Brihuega, proseguono fino al fiume Tajuña: sono a 26 chilometri da Guadalajara. L'azione combinata di carri armati e aerei lealisti infligge gravi perdite agli attaccanti e mentre la Brigata Garibaldi degli antifascisti italiani prende contatto con il nemico, il battaglione Thaelmann perde la posizione strategica del Palacio de Ibarra.

11 marzo

I fascisti, sotto la neve, tentano di rompere le linee repubblicane lungo la strada d'Aragona, mentre il battaglione "Commune de Paris", dopo gravi perdite, è costretto a ripiegare scoprendo il fianco dei garibaldini. Questi devono arretrare fino al km. 78.500, ultima linea di difesa di Guadalajara. L'aviazione repubblicana si è assicurata il dominio dei cieli e bombarda incessantemente il nemico.

12 marzo

Fallisce un nuovo attacco lungo la strada di Brihuega. Lister, con un violento contrattacco, annienta la 3^ divisione "Penne Nere" del generale Nuvoloni. L'iniziativa passa ai repubblicani. I garibaldini utilizzano l'"Altovoz del Frente" per fare opera di propaganda verso i soldati italiani ormai stremati da quattro giorni di scontri.

13 marzo

Il comando repubblicano ordina il contrattacco generale lungo il fronte di Trijueque. I legionari fascisti dapprima resistono ma per l'intervento dei carri armati, che rompono le loro linee di difesa in più punti, volgono in fuga. E' una rotta disordinata; viene abbandonato molto materiale bellico e molti sono fatti prigionieri.

14 marzo

La XII B.I. riceve l'ordine di riconquistare il Palacio de Ibarra, posizione fortificata dai fascisti da dove una postazione di artiglieria spara in continuazione sulle truppe repubblicane. Per l'attacco frontale viene scelto il battaglione Garibaldi, mentre compagnie dell'"André Marty" e del "Dombrowski" lo sostengono ai lati. Dapprima i garibaldini si portano sotto il muro di cinta costringendo i legionari a ritirarsi all'interno. Respingono quindi un tentativo di rompere l'accerchiamento; poi, attraverso una breccia nel muro, penetrano nel complesso e ingaggiano una violenta lotta corpo a corpo. Alla fine i fascisti, circondati e senza via di fuga, si arrendono. Sono contati 262 prigionieri; consistente è il bottino di materiale bellico: trattori per artiglieria, tre cannoni, sei autocarri, mitragliatrici, motociclette, viveri e indumenti.

15 marzo

I repubblicani riconquistano Trijueque. I fascisti sostituiscono le loro truppe di linea, ormai sbandate e stremate, con due unità fresche, mentre Roatta chiede a Franco l'autorizzazione a sospendere i combattimenti e a porsi sulla difensiva per far riposare le truppe e riorganizzarle.

16 marzo

Giorno di tregua. Anche i repubblicani sono stanchi. Solo la loro aviazione non conosce pause continuando a martellare il nemico.

18 marzo

L'azione combinata di aerei, carri armati e artiglieria repubblicana getta il panico tra le fila fasciste. La XII B.I. riconquista Brihuega. Le divisioni fasciste appena arrivate in linea, già demoralizzate alla vista della ritirata disordinata dei loro camerati, sono a loro volta travolte e costrette alla fuga. Sono fatti 200 prigionieri e viene catturato moltissimo materiale bellico di ogni tipo.

19 marzo

Enciclica papale di Pio XI "Divini Redemptoris": "Anche là, nella nostra carissima Spagna, il flagello comunista si è scatenato purtroppo con violenza furibonda".

20 marzo

I repubblicani riprendono la controffensiva ma con scarsi risultati. Mancano riserve per sostituire uomini stremati da tanti giorni di scontri.

24 marzo

Un'unità di Lister raggiunge il km. 97 della strada di Francia, praticamente da dove erano partiti i fascisti l'8 marzo. I legionari sono rilevati da una brigata di navarresi; negli scontri hanno perso 1.500 uomini, 1.200 i prigionieri. La battaglia di Guadalajara è finita. Sarà ricordata come la "prima sconfitta del fascismo".


Cronologia tratta da "Il viaggio della memoria - Testimonianze, storia e letteratura della guerra di Spagna 1936-1939"

lunedì 7 marzo 2022

Come sarà il futuro? Oggi è il 65° giorno dell’anno

 


Oggi è il 7 marzo. Il mio ex vicino si è rifatto vivo con tutto uno spiegone su questo giorno: venne scoperto il Polo Sud, fu brevettato il telefono, nacque Alessandro Manzoni. Tante cose veramente! Poi ha anche scritto che è il 65° giorno dell’anno, siamo quindi alla 10ª settimana e alla fine dell’anno mancano 299 giorni. Si trova anche preoccupato perché non sa quanto aumenteranno ancora i prezzi al dettaglio per il prossimo cenone di Capodanno. Tra oggi e domani – dice lui - le temperature medie dovrebbero lentamente risalire per stabilizzarsi tra i 14 e 16 gradi tra sabato e domenica. Quindi ho capito che il mio ex vicino si sta improvvisando meteorologo e “almanacchiere”. Mi ha anche elencato i fatti salienti di questo giorno nel tempo avvenuti in Occidente  o per mano degli occidentali.  Infatti mi ha vergato questo elenco: nel 1530 Papa Clemente VII emanò una bolla con la quale negò ad Enrico VIII d’Inghilterra il divorzio dalla moglie Caterina d’Aragona e gli vietò la possibilità di contrarre un secondo matrimonio, pena la scomunica. Enrico VIII reagì autoproclamandosi capo della Chiesa d’Inghilterra e formalizzando lo scisma dalla Chiesa cattolica. Nel 1798 invece l’esercito francese entrò a Roma ed ebbe vita la Repubblica Romana. L’anno dopo il nostro simpaticone conquistò Jaffa (divenuta in seguito famosa per i pompelmi) in Palestina; dopo un gran massacro di uomini, donne e bambini si trovò con circa tremila prigionieri turchi da gestire con soli tredicimila uomini. Per liberarsi del peso, diede l’ordine di ucciderli ma, con le baionette, per risparmiare sui proiettili: vero genio economico, oltreché bellico. Nel 1912 l’esploratore norvegese Roald Amundsen annunciò la scoperta del Polo Sud, rivelando che la Terra (e molti dei suoi abitanti) era “bipolare”. Nel 1989 il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese dichiarò la legge marziale a Lhasa, in Tibet. Un po’ come dichiarare la legge marziale a Oropa. Invece nel 2013 in Corea del Nord, il leader nordcoreano Kim Jong-un minacciò di bombardare con armi nucleari la Corea del Sud e gli Stati Uniti. Così, per dire… Nel 1973 sempre nel medesimo 7 marzo fu scoperta la Cometa Kohoutek. Venne osservata per la prima volta dall'astronomo ceco Luboš Kohoutek il 7 marzo 1973. Il 26 dicembre dello stesso anno compì il suo perielio, il punto orbitale più vicino al Sole. Molto brillante, lasciava una coda luminosissima nelle notti dopo il perielio. Generò una grande aspettativa nei media perché si pensava che sarebbe entrata nel sistema solare con un gran codone luminoso, ma invece non avvenne. La sua fama scese ben al di sotto delle aspettative e il suo nome divenne sinonimo di fiaschi spettacolari.  Nel 1973 l’americano David Berg, fondatore dei “Bambini di Dio”, resosi conto che gli USA non avevano vissuto il Medioevo, affermò che la cometa rappresentava un segnale di sciagura e predisse un evento disastroso negli Stati Uniti per il gennaio del 1974. Tuttavia, la predizione era sbagliata e non si verificò alcun evento disastroso se non il prosieguo tranquillo dei conflitti nel mondo.

La Cometa Kohoutek ha ispirato numerosi musicisti e altri artisti come i “Kraftwerk” con “Kometenmelodie” oppure i “R.E.M.” che chiamarono un loro brano”Kohoutek”, in onore della cometa, inciso sull'album “Fables of the Reconstruction”. Anche i Pink Floyd misero “Eclipse Suite” in “Dark Side of the Moon”. Il fumettista Charles M. Schulz dedicò alla vicenda due sue strisce dei “Peanuts” dove Snoopy e Woodstock (il cane beagle e l’uccellino giallo) hanno paura che l'avvicinamento della cometa sia il presagio della fine del mondo e decidono di proteggersi nascondendosi sotto una coperta. Con tutto quello che succede oggi il cane Penny continua a dormire imperterrita sopra il divano.

 

fabrizio dassano

 

sabato 5 marzo 2022

«La storia non ci ha insegnato niente?» - Breve storia dell’Ucraina

UCRAINA
Chi ci ha vissuto e come si è organizzata nei secoli, per capire meglio come si è arrivati a questo punto



Un pezzo consistente delle ragioni che hanno portato alla crisi in Ucraina risiede nella storia che Russia e Ucraina in parte condividono, e nella valutazione che l’una e l’altra ne fanno. Lo stesso presidente russo Vladimir Putin, per giustificare l’invasione, ha ripercorso la storia dell’Ucraina dandone una versione distorta e falsa, sostenendo che non può esistere come stato indipendente: un’affermazione che Putin ha argomentato anche in un lungo saggio storico intitolato “Sull’unità di russi e ucraini nella storia”. Capire la storia dell’Ucraina – ma anche la geografia – è quindi particolarmente importante per interpretare cosa sta succedendo.
Le prime migrazioni e gli insediamenti nel territorio in cui oggi si trova l’Ucraina risalgono alla preistoria, quando i Neanderthal, all’incirca 50mila anni fa, si stanziarono a nord del mar Nero. Successivamente le regioni più interessate dagli insediamenti furono soprattutto tre: quella costiera sul mar Nero, dove poi sarebbero state costruite le prime colonie greche nel VII secolo a.C., le steppe orientali e le foreste centrali e occidentali.Il primo storico occidentale a occuparsi di questa zona fu Erodoto nel V secolo a.C., nonostante pare che non ci fosse mai andato personalmente. La zona costiera del mar Nero all’epoca era nota con il nome di Ponto Eusino, ed era un’autentica frontiera per Erodoto, nato ad Alicarnasso (oggi Turchia) e formatosi nelle moderne e dinamiche città greche. Quando Erodoto scrisse le sue Storie, i greci sapevano poco o nulla di quei popoli che chiamavano “barbari”: sciti, cimmeri e sarmati.
È in quel periodo che iniziò a formarsi l’identità di quello che oggi definiamo Occidente, in opposizione a una frontiera orientale che appariva lontana sia geograficamente che culturalmente.
Nei secoli successivi, l’odierna Ucraina fu terra di passaggio per varie altre popolazioni nomadi e seminomadi, dai goti provenienti dall’area baltica passando per gli unni, i bulgari e i peceneghi (una popolazione di ascendenza turca). Nel frattempo, tra il V e il VI secolo d.C., cominciarono a migrare in queste zone anche le prime popolazioni slave, stanziandosi nell’odierna Ucraina settentrionale e occidentale.

Gli slavi praticavano l’agricoltura, l’allevamento e altre attività produttive come la lavorazione dei tessuti e della ceramica. Costruirono anche i primi insediamenti fortificati che poi sarebbero diventate importanti città, tra cui anche Kiev.
Da allora, con il passare dei secoli e con il fondamentale contributo dei variaghi (vichinghi) provenienti dalla Scandinavia, Kiev diventò il centro di uno stato medievale ancora oggi oggetto di controversie tra gli storici. La cosiddetta Rus’ di Kiev – un nome che venne inventato dagli storici ottocenteschi – era composta da una serie di principati che ruotavano attorno a Kiev e che coprivano un territorio vastissimo, che partiva dal mar Nero e arrivava fino alla Finlandia. È scorretto comunque pensare che fosse uno stato con la concezione che ne abbiamo oggi: era piuttosto un insieme di entità statuali più piccole e legate tra loro, senza istituzioni politiche centrali, cosa peraltro comune anche in altri stati medievali.

Il picco della potenza della Rus’ di Kiev fu intorno all’anno 1000, con i due regni di Volodymyr di Kiev (San Vladimiro) e Yaroslav il Saggio, che per primo introdusse un codice di leggi nel mondo slavo. Dopo la morte di Yaroslav, la Rus’ attraversò una lunga fase di declino dovuta a dissidi interni tra i vari principati e alle continue invasioni dei mongoli che premevano da est. I territori che appartenevano alla Rus’ finirono sotto il dominio di altri stati, il Granducato di Lituania prima e la Confederazione polacco-lituana poi.

L’eredità storica della Rus’ di Kiev è una questione ancora oggi fondamentale per il nazionalismo ucraino. Ma è importante anche per il nazionalismo russo propugnato da Putin: per lui, Ucraina e Russia sono una cosa sola, quindi è ovvio che la Rus’ di Kiev non fosse nient’altro che uno degli antenati dello stato russo, nonostante in quell’epoca Mosca non fosse ancora stata fondata e l’impero zarista non esistesse.

Come ha scritto lo storico Sergei Plokhy nel suo libro The Gates of Europe:
"Chi è il legittimo erede della Rus’ kievana? Chi detiene le proverbiali chiavi per Kiev?" Queste domande hanno preoccupato la storiografia sulla Rus’ negli ultimi 250 anni. Inizialmente il dibattito si concentrò sulle origini dei principi – erano scandinavi o slavi? – e poi, da metà Ottocento, si ampliò comprendendo la contesa russo-ucraina.

La questione rimane aperta: Yaroslav viene reclamato come parte della propria identità nazionale sia dai russi che dagli ucraini, ed entrambi lo utilizzano come simbolo nazionale, persino sulle banconote. I primi lo raffigurano con la barba tipica degli zar del Cinquecento, i secondi con i baffi da cosacco.

Una nuova fase di autonomia per il territorio ucraino si ebbe solo nel Seicento, quando i cosacchi si ribellarono al dominio polacco. Erano una comunità militare che si era sviluppata all’incirca un secolo prima, e che la Polonia aveva usato come armata per fare la guerra contro i turchi e i tatari. Ma i cosacchi con il passare del tempo cominciarono ad avanzare pretese di autodeterminazione, e nel 1648 ci fu l’insurrezione di Bogdan Khmelnytsky, che portò a una rivoluzione e alla costituzione di un nuovo stato, l’Etmanato cosacco (dal nome dei comandanti cosacchi, hetman).
L’Etmanato riuscì a mantenere l’indipendenza per oltre un secolo. La parte occidentale, comprendente le regioni della Galizia e della Volinia, per un periodo tornò di nuovo in possesso della Confederazione polacco-lituana. Ma quando questa si disgregò, a partire dal 1772, i territori vennero spartiti tra l’impero zarista (Volinia) e quello asburgico (Galizia). È per questo motivo che ancora oggi la Galizia è una provincia molto differente dal resto dell’Ucraina, anche dal punto di vista culturale.

La parte orientale dello stato cosacco rimase autonoma più a lungo, ma con l’ascesa di Caterina di Russia l’impero zarista tolse all’Etmanato la residua autonomia. Durante il lungo dominio degli zar, l’Ucraina attraversò una fase di dura repressione soprattutto nell’Ottocento. Gli zar avevano timore che la cultura e la lingua ucraina minacciassero l’unità dell’impero, perciò vennero proibite le pubblicazioni in ucraino e venne represso lo sviluppo culturale e letterario di quella lingua. Nonostante la repressione però gli ucraini cercarono di ribellarsi e di guadagnarsi l’indipendenza, in particolare durante la Prima guerra mondiale, quando il regime zarista era più debole.

Con la rivoluzione sovietica, l’Ucraina diventò una repubblica socialista, inizialmente con larga autonomia. L’Unione Sovietica, secondo il suo primo leader Vladimir Lenin, doveva essere una federazione di repubbliche tra loro pari, perché il vero obiettivo non era l’egemonia di un paese sull’altro bensì la diffusione della rivoluzione comunista nel mondo. Era una delle convinzioni principali anche di Lev Trotsky, che però Stalin isolò, estromise, esiliò e anni dopo fece assassinare quando diventò il leader sovietico alla morte di Lenin.

Stalin sosteneva invece l’idea del socialismo in un solo paese, e rinunciò all’idea di esportare la rivoluzione in Europa. A partire dagli anni Trenta diede nuova importanza alla lingua e alla cultura russe, sostituendole a quelle delle altre repubbliche sovietiche, Ucraina compresa. Stalin perseguì anche politiche folli di riorganizzazione agricola in Ucraina che portarono, tra il 1932 e il 1933, alla famosa carestia che uccise circa 4 milioni di persone nella sola Ucraina. Questo spiega perché quando i tedeschi invasero l’Ucraina nel 1941 molte persone li accolsero salutandoli con il pane e il sale, come dei “liberatori”.
Il 24 agosto 1991 l’Ucraina proclamò l’indipendenza, passando da “membro della famiglia delle nazioni sovietiche” a stato sovrano e iniziando un lungo, e non privo di intoppi, cammino verso la democrazia.

Durante questo periodo è rimasta piuttosto divisa tra due idee diverse del proprio futuro: da una parte c’è chi vede nella Russia un alleato e partner commerciale; dall’altra invece chi vorrebbe maggiore integrazione con l’Occidente e in particolare con l’Unione Europea. Il mondo intero si accorse di queste divisioni al momento della cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004, nel corso della quale gli ucraini protestarono in massa in difesa della vittoria elettorale del candidato filo-europeo Viktor Yushenko.

Nel 2008 la NATO accettò che in un non meglio specificato futuro avrebbe accolto la richiesta dell’Ucraina di entrare nell’alleanza militare. Oggi nessun paese NATO intende davvero accogliere l’Ucraina nell’alleanza, ma la promessa del 2008 è usata tuttora dalla Russia come la prova che l’Occidente starebbe espandendo la propria influenza ai suoi danni.

Ci fu una seconda rivoluzione poi a novembre del 2013, quando migliaia di persone protestarono nel movimento chiamato “Euromaidan”, a Kiev, contro la decisione del presidente Viktor Yanukovich di rifiutare un importante patto commerciale con l’Unione Europea, e poi più in generale contro il governo filorusso del paese, accusato di corruzione. Dopo mesi di tensioni, nell’inverno del 2014 Yanukovich decise di rispondere con la violenza, e a Kiev ci furono scontri duri tra le forze di sicurezza e i manifestanti con decine di morti e centinaia di feriti.
La rivoluzione però ottenne il suo obiettivo. Il 22 febbraio Yanukovich – che anni dopo sarebbe stato condannato da un tribunale ucraino per alto tradimento – lasciò il paese e scappò in Russia. A capo del governo fu nominato il filoeuropeo Arseniy Yatsenyuk. Putin definì la rivoluzione ucraina «un colpo di stato incostituzionale e una presa del potere militare», e poco dopo invase e occupò militarmente la Crimea. Contestualmente, le regioni (oblast) di Luhansk e di Donetsk, nell’area orientale del Donbass, uscirono dal controllo dello stato ucraino. La Russia sobillò, armò, aiutò e finanziò gruppi militari filo-russi anche nell’est dell’Ucraina, permettendo quindi ai ribelli del Donbass di prendere il controllo di parte del territorio.

Prima dell’invasione della Crimea, nel Donbass non esisteva un movimento politico che chiedesse l’annessione alla Russia, ma esistevano le premesse perché una richiesta di quel tipo avesse un certo sostegno nella popolazione locale: dall’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991 (per cui votò la maggioranza della popolazione ucraina, anche nell’est del paese) le condizioni economiche per molte persone non sono mai migliorate, specialmente in una regione come il Donbass dove in precedenza si viveva meglio grazie all’industria del carbone.
Per questo, negli anni è diffusa tra molti l’idea che le cose migliorerebbero se le regioni di Donetsk e Luhansk tornassero a far parte della Russia. Anche perché molti degli abitanti del Donbass sono etnicamente e culturalmente russi: molti a scuola hanno studiato la versione sovietica della storia, parlano il russo, e guardano la televisione russa.

All’inizio del 2015 gli accordi di Minsk stabilirono la fine dei combattimenti e il ritorno all’Ucraina delle regioni ribelli, in cambio di più autonomia. Ma benché fossero stati firmati sia dal governo ucraino sia da quello russo, gli accordi non furono mai davvero rispettati. I combattimenti continuarono in maniera piuttosto intensa fino alla fine di quell’anno.

Da allora e fino all’invasione di questa settimana, la linea del fronte – lunga circa 400 chilometri – era rimasta più o meno invariata, e i combattimenti erano meno frequenti ed estesi, ma il Donbass era comunque una zona di guerra, con tanto di trincee e centri abitati abbandonati perché localizzati lungo la linea del fronte. Negli anni, soprattutto tra il 2014 e il 2015, più di 13mila persone sono morte, sia militari che civili, e moltissime famiglie hanno dovuto abbandonare le proprie case e le proprie città.
Il governo ucraino aveva definito le due repubbliche autoproclamate «territori temporaneamente occupati» (dalla Russia) e chiamava il fronte «linea amministrativa». In Russia invece si parlava del conflitto nell’est dell’Ucraina come di una guerra civile. La divisione degli oblast in vigore fino a pochi giorni fa di Donetsk e Luhansk non rifletteva comunque divisioni culturali, etniche o storiche pre-esistenti, era solo il risultato degli scontri di sette anni fa.

Anche se ufficialmente le due regioni erano gestite da leader ucraini, la Russia esercitava già un forte controllo. Chi viveva nelle due repubbliche autoproclamate era invitato a richiedere la cittadinanza russa e abbandonare quella ucraina e poteva votare alle elezioni russe pur non avendo la cittadinanza vera e propria.
 
«La storia non ci ha insegnato niente?»

In uno dei cartelli più fotografati nelle manifestazioni pacifiste di questi giorni si legge: «Did history teach us nothing?» (La storia non ci ha insegnato niente?). Non è facile individuare quale sia la storia che più ci farebbe bene ripassare in questi giorni tragici: quella della Rus' di Kiev o dello scoppio della Seconda guerra mondiale? Quella dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, quella della Guerra fredda? Quella dell’indipendenza ucraina dalla Russia, ultimo tassello di un processo che appena trent’anni fa portò alla dissoluzione dell’Unione Sovietica? Ciascuna di queste “storie” contiene una lezione che oggi potrebbe darci spunti di comprensione e di riflessione. Ce n’è però una, legata proprio alla Guerra fredda, che pur non portando insegnamenti spiccioli, strategie o spiegazioni di fenomeni sotterranei, restituisce tuttavia un briciolo di speranza, in una situazione che sembra richiamare alla mente soltanto le pagine più buie dell’ultimo secolo.
 
Tra il 27 e il 28 ottobre 1961 trentaquattro carri armati russi e trentaquattro statunitensi si fronteggiarono per sedici ore a motori accesi, a pochi metri di distanza, davanti a Checkpoint Charlie, il posto di blocco più famoso tra Berlino est e ovest. Fu uno dei momenti di massima tensione raggiunta durante la Guerra fredda e, seppure in questo caso era nato da un evento all'apparenza banale, si temette che potesse sfociare nel terzo conflitto mondiale.
 
Pochi giorni prima il diplomatico nordamericano Allan Lightner aveva deciso di andare a uno spettacolo d'opera a Berlino est insieme alla moglie: secondo il trattato di Potsdam, infatti, i rappresentanti delle potenze occupanti (Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica) potevano circolare liberamente per tutta la città. Quella sera però, in violazione del trattato, il funzionario fu fermato e sottoposto a controllo da militari della polizia della Repubblica democratica tedesca (DDR). L'iniziativa era partita da Walter Ulbricht, il presidente del consiglio di stato della DDR, che intendeva così affermare la piena sovranità della Germania est. Ma il generale Clay, rappresentante personale a Berlino del presidente John F. Kennedy, era determinato a mantenere le prerogative alleate in tutta Berlino e rifiutò di riconoscere l'autorità della polizia della DDR, scegliendo piuttosto di rischiare una prova di forza.
 
Il risultato fu un progressivo aumento di tensione che culminò con lo schieramento dei mezzi pesanti delle due potenze ai due lati del posto di blocco. Fu l'unica occasione nel corso della Guerra fredda in cui i carri armati sovietici e statunitensi si fronteggiarono direttamente a distanza ravvicinata con i cannoni pronti a far fuoco.
 
Ma le terribili conseguenze di uno scontro di questo tipo spinsero gli americani a mettersi in contatto con il Cremlino per cercare di appianare le tensioni, e in seguito ai colloqui i sovietici scelsero di ritirare uno dei loro carri armati. Poco più tardi il gesto fu imitato dagli statunitensi e, dopo il ritiro di un primo blindato, i russi ne ritirarono un secondo, e anche gli americani fecero lo stesso, finché al posto di blocco non rimase più neanche un mezzo corazzato.
Non fu un episodio risolutivo, anzi: il muro di Berlino, innalzato pochi mesi prima, avrebbe continuato a dividere la Germania per quasi trent’anni, e il numero di vittime uccise nel tentativo di raggiungere Berlino ovest si conta nell'ordine delle centinaia, per non parlare delle altre violenze e sofferenze inflitte alle popolazioni locali, o seminate dalla Guerra fredda in tanti altri luoghi del pianeta. Almeno, però, lo spettro di una terza guerra mondiale, nonché di una minaccia atomica, era stato allontanato.

La Redazione
 
Fonti:
NGS P. Brugnatelli
Post MMXXII.II.XXVI


venerdì 4 marzo 2022

UCRAINA - Dalla parte della verità - La guerra silenziosa di Anonymous

Non è nostro solito occuparci di cronaca, TV, radio , social etc, ma in fondo siamo studiosi di Storia e siamo dediti alla divulgazione e quello che segue è un assaggio di come potrebbe presentarsi al mondo la verità di questo difficile momento storico, bella o brutta che sia.

... omissis...

Il collettivo hacker continua a colpire gli interessi russi e bielorussi mandando in tilt siti istituzionali e bloccando quelli dei colossi dell'energia.



“Tango Down”: in gergo militare indica un obiettivo centrato. Ed è quello che “Anonymous”, il misterioso movimento formato da hacker in tutto il mondo che agisce in modo coordinato, utilizza ogni giorno per descrivere la guerra che sta combattendo contro enti governativi e colossi energetici russi e bielorussi, come forma di protesta contro l’invasione dell’Ucraina messa in pratica da Vladimir Putin. Una battaglia parallela a quella dei carri armati e delle trincee improvvisate dei cittadini ucraini, ma altrettanto devastante perché oggi tutto gira in rete, e bloccare quella significa mettere in ginocchio un Paese con effetti forse addirittura più devastanti delle bombe.

Secondo le stime, il Tango Down di Anonymous ha colpito finora 300 obiettivi sensibili fra siti governativi, ministeriali e militari russi e bielorussi, ma anche colossi come “Gazprom”, “Rosneft” e “Lukoil”. Almeno tre, finora, i momenti clou dell’attacco che prosegue da giorni: l’incursione per qualche minuto nelle tv di Stato russe per trasmettere immagini della devastazione che sta vivendo l’Ucraina, con la colonna sonora dei canti tradizionali del Paese, il messaggio inviato alle truppe russe di “deporre le armi e ritirarsi spontaneamente” e la pubblicazione di 40mila documenti riservati dell’Istituto di Sicurezza Nucleare di Mosca.

"Ecco il piano militare di Mosca per invadere l'Ucraina: è stato approvato il 18 gennaio"

"Il 18 gennaio è stato approvato un documento che mostrava il piano di guerra contro l'Ucraina e le mosse iniziali per conquistare il Paese dal 20 febbraio al 06 marzo".
Con queste parole, in un Tweet, il collettivo di hacker Anonymous pubblica le immagini di mappe e date in proprio possesso, al fine di provare al mondo che il Cremlino fosse pronto da tempo all'invasione dell'Ucraina con un progetto ben definito.
Dalla pubblicazione dei documenti è partita la verifica per provare che siano effettivamente veri. A sostenerne l'autenticità è Michael Horowitz, analista della sicurezza presso il Beck Institute, società di consulenza geopolitica e di sicurezza con sede in Medio Oriente. Il piano militare sarebbero stato fornito ad Anonymous dal ministero della Difesa ucraino, che, a sua volta, ne è venuto in possesso disarmando alcune truppe russe sul proprio territorio.
Sulla prima pagina del piano della Federazione russa, in cirillico, si legge la scritta "Flotta del Mar Nero".











La pubblicazione di tali documenti rientra tra le iniziative prese dal gruppo di hacker contro il presidente russo e in difesa dell'Ucraina: attacchi informatici contro siti istituzionali e contro la tv russa. "I tuoi segreti potrebbero non essere più al sicuro e molte infrastrutture del tuo governo potrebbero essere compromesse", così Anonymous si era rivolto direttamente a Putin allo scoppio della guerra tramite la consueta maschera di Guy Fawkes. "Putin a breve conoscerà la furia degli hacker di tutto il mondo”. Un piccolo assaggio al leader del Cremlino è arrivato con la modifica del piano di navigazione di “Graceful”, il suo lussuosissimo yacht personale (valore 87 milioni di euro).


Fra gli obiettivi colpiti finora, oltre ad un numero sconfinato di agenzie governative, la “Duma”, la camera bassa del Parlamento russo, la “SberBank” russa e la rete ferroviaria bielorussa, i ministeri dell’Energia e della Giustizia, il sito della rete televisiva “RT News”, il Consiglio di sicurezza, l’azienda produttrice di armi “Tedraer”, i quotidiani “Russia Today”, “Kommersant” e “Izvestiya” e le agenzie di stampa “Tass” e “Ria Novosti”.

Il gruppo Anonymous, entità non meglio definita di cui non è mai stato possibile scoprire chi ci sia realmente dietro, dal 2008 ad oggi ha messo a segno un numero sproporzionato di attacchi informatici “DDoS” (Distribuited Denial of Services), colpendo grandi aziende, governi ed organizzazioni terroristiche come l’Isis.

Fonte: Varie


giovedì 3 marzo 2022

La mostra è finita...




Signore e Signori di tutte le età, Soci, Amici e conoscenti, Sponsor e Collezionisti afferenti, Supporters e simpatizzanti, Giornalisti, Scrittori ed Editori, Autorità tutte ... la mostra è finita!

Sono passati i titoli di coda ed i crediti ufficiali; abbiamo spento luci e riflettori ed abbiamo brindato a questa nostra "prima" con entusiasmo e soddisfazione.

E' stato un successo, perchè al di là dei numeri (abbiamo avuto una media di circa 50 visitatori nelle 3 ore di ognuna delle 8 domeniche apertura e nel giorno dell'inaugurazione) ci siamo resi conto che la gente ha voglia di cultura, di cose belle, di storie vere raccontate da curatori e da storici competenti che riescono a rendere semplici anche situazioni complesse ed intricate, immergendo ciò che il visitatore stà osservando in una realtà che solo chi possiede la forza del sapere e della conoscenza riesce a descrivere ... e si corre con la fantasia, magari cavalcando ricordi e leggende, citando nonni, bis-nonni, saggi e personaggi.

Vogliamo ringraziare anche tutti coloro che durante la visita ci hanno raccontato le loro storie sugli oggetti e gli argomenti della mostra, dimostrando un vivo e redivivo senso di appartenenza al territorio ed agli eventi che lo hanno attraversato.

Noi non crediamo nella fortuna dei principianti ma nel duro lavoro che con passione, entusiasmo ed umiltà, porta a raggiungere traguardi interessanti.

p.s. Questa era solo la prima, ma abbiamo già in mente qualcosa per il prossimo evento ... ci vedremo presto.

 

Grazie a tutti

 

Elisa, Nadia, Amedeo, Fabrizio e Paolo