sabato 5 marzo 2022

«La storia non ci ha insegnato niente?» - Breve storia dell’Ucraina

UCRAINA
Chi ci ha vissuto e come si è organizzata nei secoli, per capire meglio come si è arrivati a questo punto



Un pezzo consistente delle ragioni che hanno portato alla crisi in Ucraina risiede nella storia che Russia e Ucraina in parte condividono, e nella valutazione che l’una e l’altra ne fanno. Lo stesso presidente russo Vladimir Putin, per giustificare l’invasione, ha ripercorso la storia dell’Ucraina dandone una versione distorta e falsa, sostenendo che non può esistere come stato indipendente: un’affermazione che Putin ha argomentato anche in un lungo saggio storico intitolato “Sull’unità di russi e ucraini nella storia”. Capire la storia dell’Ucraina – ma anche la geografia – è quindi particolarmente importante per interpretare cosa sta succedendo.
Le prime migrazioni e gli insediamenti nel territorio in cui oggi si trova l’Ucraina risalgono alla preistoria, quando i Neanderthal, all’incirca 50mila anni fa, si stanziarono a nord del mar Nero. Successivamente le regioni più interessate dagli insediamenti furono soprattutto tre: quella costiera sul mar Nero, dove poi sarebbero state costruite le prime colonie greche nel VII secolo a.C., le steppe orientali e le foreste centrali e occidentali.Il primo storico occidentale a occuparsi di questa zona fu Erodoto nel V secolo a.C., nonostante pare che non ci fosse mai andato personalmente. La zona costiera del mar Nero all’epoca era nota con il nome di Ponto Eusino, ed era un’autentica frontiera per Erodoto, nato ad Alicarnasso (oggi Turchia) e formatosi nelle moderne e dinamiche città greche. Quando Erodoto scrisse le sue Storie, i greci sapevano poco o nulla di quei popoli che chiamavano “barbari”: sciti, cimmeri e sarmati.
È in quel periodo che iniziò a formarsi l’identità di quello che oggi definiamo Occidente, in opposizione a una frontiera orientale che appariva lontana sia geograficamente che culturalmente.
Nei secoli successivi, l’odierna Ucraina fu terra di passaggio per varie altre popolazioni nomadi e seminomadi, dai goti provenienti dall’area baltica passando per gli unni, i bulgari e i peceneghi (una popolazione di ascendenza turca). Nel frattempo, tra il V e il VI secolo d.C., cominciarono a migrare in queste zone anche le prime popolazioni slave, stanziandosi nell’odierna Ucraina settentrionale e occidentale.

Gli slavi praticavano l’agricoltura, l’allevamento e altre attività produttive come la lavorazione dei tessuti e della ceramica. Costruirono anche i primi insediamenti fortificati che poi sarebbero diventate importanti città, tra cui anche Kiev.
Da allora, con il passare dei secoli e con il fondamentale contributo dei variaghi (vichinghi) provenienti dalla Scandinavia, Kiev diventò il centro di uno stato medievale ancora oggi oggetto di controversie tra gli storici. La cosiddetta Rus’ di Kiev – un nome che venne inventato dagli storici ottocenteschi – era composta da una serie di principati che ruotavano attorno a Kiev e che coprivano un territorio vastissimo, che partiva dal mar Nero e arrivava fino alla Finlandia. È scorretto comunque pensare che fosse uno stato con la concezione che ne abbiamo oggi: era piuttosto un insieme di entità statuali più piccole e legate tra loro, senza istituzioni politiche centrali, cosa peraltro comune anche in altri stati medievali.

Il picco della potenza della Rus’ di Kiev fu intorno all’anno 1000, con i due regni di Volodymyr di Kiev (San Vladimiro) e Yaroslav il Saggio, che per primo introdusse un codice di leggi nel mondo slavo. Dopo la morte di Yaroslav, la Rus’ attraversò una lunga fase di declino dovuta a dissidi interni tra i vari principati e alle continue invasioni dei mongoli che premevano da est. I territori che appartenevano alla Rus’ finirono sotto il dominio di altri stati, il Granducato di Lituania prima e la Confederazione polacco-lituana poi.

L’eredità storica della Rus’ di Kiev è una questione ancora oggi fondamentale per il nazionalismo ucraino. Ma è importante anche per il nazionalismo russo propugnato da Putin: per lui, Ucraina e Russia sono una cosa sola, quindi è ovvio che la Rus’ di Kiev non fosse nient’altro che uno degli antenati dello stato russo, nonostante in quell’epoca Mosca non fosse ancora stata fondata e l’impero zarista non esistesse.

Come ha scritto lo storico Sergei Plokhy nel suo libro The Gates of Europe:
"Chi è il legittimo erede della Rus’ kievana? Chi detiene le proverbiali chiavi per Kiev?" Queste domande hanno preoccupato la storiografia sulla Rus’ negli ultimi 250 anni. Inizialmente il dibattito si concentrò sulle origini dei principi – erano scandinavi o slavi? – e poi, da metà Ottocento, si ampliò comprendendo la contesa russo-ucraina.

La questione rimane aperta: Yaroslav viene reclamato come parte della propria identità nazionale sia dai russi che dagli ucraini, ed entrambi lo utilizzano come simbolo nazionale, persino sulle banconote. I primi lo raffigurano con la barba tipica degli zar del Cinquecento, i secondi con i baffi da cosacco.

Una nuova fase di autonomia per il territorio ucraino si ebbe solo nel Seicento, quando i cosacchi si ribellarono al dominio polacco. Erano una comunità militare che si era sviluppata all’incirca un secolo prima, e che la Polonia aveva usato come armata per fare la guerra contro i turchi e i tatari. Ma i cosacchi con il passare del tempo cominciarono ad avanzare pretese di autodeterminazione, e nel 1648 ci fu l’insurrezione di Bogdan Khmelnytsky, che portò a una rivoluzione e alla costituzione di un nuovo stato, l’Etmanato cosacco (dal nome dei comandanti cosacchi, hetman).
L’Etmanato riuscì a mantenere l’indipendenza per oltre un secolo. La parte occidentale, comprendente le regioni della Galizia e della Volinia, per un periodo tornò di nuovo in possesso della Confederazione polacco-lituana. Ma quando questa si disgregò, a partire dal 1772, i territori vennero spartiti tra l’impero zarista (Volinia) e quello asburgico (Galizia). È per questo motivo che ancora oggi la Galizia è una provincia molto differente dal resto dell’Ucraina, anche dal punto di vista culturale.

La parte orientale dello stato cosacco rimase autonoma più a lungo, ma con l’ascesa di Caterina di Russia l’impero zarista tolse all’Etmanato la residua autonomia. Durante il lungo dominio degli zar, l’Ucraina attraversò una fase di dura repressione soprattutto nell’Ottocento. Gli zar avevano timore che la cultura e la lingua ucraina minacciassero l’unità dell’impero, perciò vennero proibite le pubblicazioni in ucraino e venne represso lo sviluppo culturale e letterario di quella lingua. Nonostante la repressione però gli ucraini cercarono di ribellarsi e di guadagnarsi l’indipendenza, in particolare durante la Prima guerra mondiale, quando il regime zarista era più debole.

Con la rivoluzione sovietica, l’Ucraina diventò una repubblica socialista, inizialmente con larga autonomia. L’Unione Sovietica, secondo il suo primo leader Vladimir Lenin, doveva essere una federazione di repubbliche tra loro pari, perché il vero obiettivo non era l’egemonia di un paese sull’altro bensì la diffusione della rivoluzione comunista nel mondo. Era una delle convinzioni principali anche di Lev Trotsky, che però Stalin isolò, estromise, esiliò e anni dopo fece assassinare quando diventò il leader sovietico alla morte di Lenin.

Stalin sosteneva invece l’idea del socialismo in un solo paese, e rinunciò all’idea di esportare la rivoluzione in Europa. A partire dagli anni Trenta diede nuova importanza alla lingua e alla cultura russe, sostituendole a quelle delle altre repubbliche sovietiche, Ucraina compresa. Stalin perseguì anche politiche folli di riorganizzazione agricola in Ucraina che portarono, tra il 1932 e il 1933, alla famosa carestia che uccise circa 4 milioni di persone nella sola Ucraina. Questo spiega perché quando i tedeschi invasero l’Ucraina nel 1941 molte persone li accolsero salutandoli con il pane e il sale, come dei “liberatori”.
Il 24 agosto 1991 l’Ucraina proclamò l’indipendenza, passando da “membro della famiglia delle nazioni sovietiche” a stato sovrano e iniziando un lungo, e non privo di intoppi, cammino verso la democrazia.

Durante questo periodo è rimasta piuttosto divisa tra due idee diverse del proprio futuro: da una parte c’è chi vede nella Russia un alleato e partner commerciale; dall’altra invece chi vorrebbe maggiore integrazione con l’Occidente e in particolare con l’Unione Europea. Il mondo intero si accorse di queste divisioni al momento della cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004, nel corso della quale gli ucraini protestarono in massa in difesa della vittoria elettorale del candidato filo-europeo Viktor Yushenko.

Nel 2008 la NATO accettò che in un non meglio specificato futuro avrebbe accolto la richiesta dell’Ucraina di entrare nell’alleanza militare. Oggi nessun paese NATO intende davvero accogliere l’Ucraina nell’alleanza, ma la promessa del 2008 è usata tuttora dalla Russia come la prova che l’Occidente starebbe espandendo la propria influenza ai suoi danni.

Ci fu una seconda rivoluzione poi a novembre del 2013, quando migliaia di persone protestarono nel movimento chiamato “Euromaidan”, a Kiev, contro la decisione del presidente Viktor Yanukovich di rifiutare un importante patto commerciale con l’Unione Europea, e poi più in generale contro il governo filorusso del paese, accusato di corruzione. Dopo mesi di tensioni, nell’inverno del 2014 Yanukovich decise di rispondere con la violenza, e a Kiev ci furono scontri duri tra le forze di sicurezza e i manifestanti con decine di morti e centinaia di feriti.
La rivoluzione però ottenne il suo obiettivo. Il 22 febbraio Yanukovich – che anni dopo sarebbe stato condannato da un tribunale ucraino per alto tradimento – lasciò il paese e scappò in Russia. A capo del governo fu nominato il filoeuropeo Arseniy Yatsenyuk. Putin definì la rivoluzione ucraina «un colpo di stato incostituzionale e una presa del potere militare», e poco dopo invase e occupò militarmente la Crimea. Contestualmente, le regioni (oblast) di Luhansk e di Donetsk, nell’area orientale del Donbass, uscirono dal controllo dello stato ucraino. La Russia sobillò, armò, aiutò e finanziò gruppi militari filo-russi anche nell’est dell’Ucraina, permettendo quindi ai ribelli del Donbass di prendere il controllo di parte del territorio.

Prima dell’invasione della Crimea, nel Donbass non esisteva un movimento politico che chiedesse l’annessione alla Russia, ma esistevano le premesse perché una richiesta di quel tipo avesse un certo sostegno nella popolazione locale: dall’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991 (per cui votò la maggioranza della popolazione ucraina, anche nell’est del paese) le condizioni economiche per molte persone non sono mai migliorate, specialmente in una regione come il Donbass dove in precedenza si viveva meglio grazie all’industria del carbone.
Per questo, negli anni è diffusa tra molti l’idea che le cose migliorerebbero se le regioni di Donetsk e Luhansk tornassero a far parte della Russia. Anche perché molti degli abitanti del Donbass sono etnicamente e culturalmente russi: molti a scuola hanno studiato la versione sovietica della storia, parlano il russo, e guardano la televisione russa.

All’inizio del 2015 gli accordi di Minsk stabilirono la fine dei combattimenti e il ritorno all’Ucraina delle regioni ribelli, in cambio di più autonomia. Ma benché fossero stati firmati sia dal governo ucraino sia da quello russo, gli accordi non furono mai davvero rispettati. I combattimenti continuarono in maniera piuttosto intensa fino alla fine di quell’anno.

Da allora e fino all’invasione di questa settimana, la linea del fronte – lunga circa 400 chilometri – era rimasta più o meno invariata, e i combattimenti erano meno frequenti ed estesi, ma il Donbass era comunque una zona di guerra, con tanto di trincee e centri abitati abbandonati perché localizzati lungo la linea del fronte. Negli anni, soprattutto tra il 2014 e il 2015, più di 13mila persone sono morte, sia militari che civili, e moltissime famiglie hanno dovuto abbandonare le proprie case e le proprie città.
Il governo ucraino aveva definito le due repubbliche autoproclamate «territori temporaneamente occupati» (dalla Russia) e chiamava il fronte «linea amministrativa». In Russia invece si parlava del conflitto nell’est dell’Ucraina come di una guerra civile. La divisione degli oblast in vigore fino a pochi giorni fa di Donetsk e Luhansk non rifletteva comunque divisioni culturali, etniche o storiche pre-esistenti, era solo il risultato degli scontri di sette anni fa.

Anche se ufficialmente le due regioni erano gestite da leader ucraini, la Russia esercitava già un forte controllo. Chi viveva nelle due repubbliche autoproclamate era invitato a richiedere la cittadinanza russa e abbandonare quella ucraina e poteva votare alle elezioni russe pur non avendo la cittadinanza vera e propria.
 
«La storia non ci ha insegnato niente?»

In uno dei cartelli più fotografati nelle manifestazioni pacifiste di questi giorni si legge: «Did history teach us nothing?» (La storia non ci ha insegnato niente?). Non è facile individuare quale sia la storia che più ci farebbe bene ripassare in questi giorni tragici: quella della Rus' di Kiev o dello scoppio della Seconda guerra mondiale? Quella dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, quella della Guerra fredda? Quella dell’indipendenza ucraina dalla Russia, ultimo tassello di un processo che appena trent’anni fa portò alla dissoluzione dell’Unione Sovietica? Ciascuna di queste “storie” contiene una lezione che oggi potrebbe darci spunti di comprensione e di riflessione. Ce n’è però una, legata proprio alla Guerra fredda, che pur non portando insegnamenti spiccioli, strategie o spiegazioni di fenomeni sotterranei, restituisce tuttavia un briciolo di speranza, in una situazione che sembra richiamare alla mente soltanto le pagine più buie dell’ultimo secolo.
 
Tra il 27 e il 28 ottobre 1961 trentaquattro carri armati russi e trentaquattro statunitensi si fronteggiarono per sedici ore a motori accesi, a pochi metri di distanza, davanti a Checkpoint Charlie, il posto di blocco più famoso tra Berlino est e ovest. Fu uno dei momenti di massima tensione raggiunta durante la Guerra fredda e, seppure in questo caso era nato da un evento all'apparenza banale, si temette che potesse sfociare nel terzo conflitto mondiale.
 
Pochi giorni prima il diplomatico nordamericano Allan Lightner aveva deciso di andare a uno spettacolo d'opera a Berlino est insieme alla moglie: secondo il trattato di Potsdam, infatti, i rappresentanti delle potenze occupanti (Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica) potevano circolare liberamente per tutta la città. Quella sera però, in violazione del trattato, il funzionario fu fermato e sottoposto a controllo da militari della polizia della Repubblica democratica tedesca (DDR). L'iniziativa era partita da Walter Ulbricht, il presidente del consiglio di stato della DDR, che intendeva così affermare la piena sovranità della Germania est. Ma il generale Clay, rappresentante personale a Berlino del presidente John F. Kennedy, era determinato a mantenere le prerogative alleate in tutta Berlino e rifiutò di riconoscere l'autorità della polizia della DDR, scegliendo piuttosto di rischiare una prova di forza.
 
Il risultato fu un progressivo aumento di tensione che culminò con lo schieramento dei mezzi pesanti delle due potenze ai due lati del posto di blocco. Fu l'unica occasione nel corso della Guerra fredda in cui i carri armati sovietici e statunitensi si fronteggiarono direttamente a distanza ravvicinata con i cannoni pronti a far fuoco.
 
Ma le terribili conseguenze di uno scontro di questo tipo spinsero gli americani a mettersi in contatto con il Cremlino per cercare di appianare le tensioni, e in seguito ai colloqui i sovietici scelsero di ritirare uno dei loro carri armati. Poco più tardi il gesto fu imitato dagli statunitensi e, dopo il ritiro di un primo blindato, i russi ne ritirarono un secondo, e anche gli americani fecero lo stesso, finché al posto di blocco non rimase più neanche un mezzo corazzato.
Non fu un episodio risolutivo, anzi: il muro di Berlino, innalzato pochi mesi prima, avrebbe continuato a dividere la Germania per quasi trent’anni, e il numero di vittime uccise nel tentativo di raggiungere Berlino ovest si conta nell'ordine delle centinaia, per non parlare delle altre violenze e sofferenze inflitte alle popolazioni locali, o seminate dalla Guerra fredda in tanti altri luoghi del pianeta. Almeno, però, lo spettro di una terza guerra mondiale, nonché di una minaccia atomica, era stato allontanato.

La Redazione
 
Fonti:
NGS P. Brugnatelli
Post MMXXII.II.XXVI


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